venerdì 16 settembre 2011

Strategie di Protezionismo Strisciante!

L'ultima moda del protezionismo, sui prodotti alimentari, è di inserire degli indicatori sintetici di qualità (healthy claims) sulle etichette delle confezioni.

Così ultimamente la Danimarca ha ideato un indicatore (una serratura di vari colori, nel caso specifico) che distingua gli alimenti sulla base di caratteristiche alimentari generiche (presenza di dolcificanti, acidi grassi idrogenati) o nutrizionali (contenuto in grassi, proteine, zuccheri etc.). In realtà sembrerebbe che il risultato di questa iniziativa sia una discriminazione, più che per aspetti salutistici, per provenienze territoriali. Così a proposito della pasta, otterrebbe la "serratura verde" sulla confezione, soltanto quella prodotta con almeno il 50% di farina integrale (una pasta di origine Nord-Europea in pratica), mentre una pasta ottenuta da semola di grano duro "made in Italy" verrebbe dequalificata con indicatori negativi, come fosse un alimento dannoso. Ciò risulterebbe quindi scorretto rispetto alla semplice ed asettica indicazione di origine che su alcuni prodotti anche da noi in Italia viene applicata.
In Romania intanto il Parlamento ha approvato una legge che introduce un sistema di semafori da applicarsi sulle etichette degli alimenti in relazione agli additivi che essi contengono: verde per i prodotti che possono essere consumati ogni giorno senza nessun rischio per la salute; giallo per i prodotti che devono essere consumati con moderazione; rosso per i prodotti che contengono delle sostanze o degli additivi che possono avere degli effetti negativi sulla salute.
La presenza o meno di un additivo alimentare  previsto dall'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), tuttavia non è propria di un alimento salutare a priori, anzi la mancanza di additivi in taluni casi può risultare un pericolo per il consumatore.
In Europa generalmente è tutto un fiorire di healthy claims: Gran Bretagna (sistema dei “traffic lights”), olandesi (“healthy logo”) e Paesi scandinavi (“keyhole system”).
Molti (80%) sono cassati dall'Efsa, in quanto privi di reali presupposti salutistici, altri dai consumatori che preferiscono ancora un indicatore diretto e soggettivo, benché arretrato, per valutare il cibo, il buon vecchio gusto
Il sospetto che queste etichette siano istituite per assecondare le politiche economiche ed alimentari degli Stati è sempre più concreto.   

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