sabato 20 agosto 2011

Sulla bruciatura delle stoppie in Sicilia


Un tempo dopo il 15 Agosto si procedeva alla bruciatura delle stoppie del grano. Oggi appena vi azzardate ad accendere un fiammifero nel vostro campo rischiate la galera, oppure, e soltanto in alcuni  territori, dovete produrre preventivamente una quantità di carte e documenti per ottenere l'autorizzazione, neanche foste una sezione distaccata di un ministero.
Eccovi un bel pezzo del libro di Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, che rievoca tempi "virtuosi", almeno agronomicamente:

Prima arate e dopo andate in giro” intimava ogni mattina mia nonna. E quelli tutti in fila coi buoi a rivoltare la terra che ancora fumava dal fuoco delle stoppie, che a quei tempi si bruciavano ancora. La stoppia è quel pezzo di gambo che rimane attaccato al terreno dopo che la spiga è stata tagliata. Rimane tutto dritto e spunciuto che magari da lontano uno pensa: “E’ paglia”. Ma se lei ci cammina di pianta sopra – a piedi nudi come andavamo tutti, allora – la stoppia le buca il piede per quanto è ritta, pare un chiodo. A queste stoppie gli si dava fuoco e lei vedeva da tutte le parti alzarsi una fumèra alta e diffusa, un fumo che si levava dappertutto dai campi delle stoppie.
Adesso non le bruciano più. Subito dopo la mietitura arano con le stoppie ritte e secche lì sul campo e l’aratro – rivoltando la zolla – le manda al di sotto del nuovo strato di humus. Dicono gli agronomi che faccia da concime e, anzi, se tu adesso ti metti a dare fuoco, subito arrivano i vigili del fuoco a spegnere e ti denunciano come piromane, incendiario, e ti fanno la multa perché inquini l’ambiente con il fumo. Però i nostri vecchi bruciavano le stoppie per pulire la terra. bruciavano e sanavano, e così morivano le infestanti – i semi di infestante – i microbi e le malattie moleste, perché anche la terra s’ammala e abbisogna di cure. Il fuoco era una cura, la rigenerava. Era terapia e profilassi del terreno. E comunque era concime anche quello, almeno la cenere che restava.
Già, purtroppo siamo arrivati a questo punto, bruciare le stoppie è oggi considerato oltre che una azione illegale punibile penalmente (artt. 423, 423 bis e 449 del C.P) ed amministrativamente (art. 40 comma 3 L.R. n° 16/96), anche e soprattutto azione retriva priva di qualsiasi sensibilità ecologica ed agronomica.
Eppure io che faccio l'agricoltore, e che malgrado tutto sono ancora un agronomo, posso dichiarare in tutta franchezza e per quel che le mie conoscenze scientifiche ad oggi mi confortano, che bruciare le stoppie, rispetto alle altre pratiche di gestione, è la pratica agricola più virtuosa ed ecologicamente sostenibile. Vediamo perchè, a mio modesto avviso:
- l'interramento delle stoppie presuppone lavorazioni profonde che richiedono tempo e consumi elevati di combustibili agricoli oltre che di macchine ed attrezzi particolarmente onerosi;
- del resto la semina diretta, in presenza  delle stoppie sulla superficie del suolo, non  è  praticabile, a mio avviso, sui terreni argillosi, comunemente diffusi sul territorio siciliano; spesso si verifica, lavorando il terreno con la stoppia in superficie magari non in perfette condizioni di tempera, l'effetto "capanna africana di paglia e fango" (definizione mia, ma spero calzante);
- la presenza delle stoppie sul terreno, interrate  o meno, costituisce un substrato di inoculo ottimale per tutti i patogeni fungini che permangono nel terreno e si trovano già pronti ad aggredire la prossima coltura;
- insieme alle stoppie si  trovano spesso piante infestanti germinate dopo il diserbo, spesso precoce in Sicilia, che vanno a seme successivamente alla trebbiatura. La bruciatura delle stoppie le elimina o almeno ne limita la diffusione del seme. Un caso clamoroso, da me osservato, è quello della Centaurea che apre la propria capsula con centinaia di semi soltanto in autunno e che può invece essere eliminata con il fuoco durante l'estate, all'atto della bruciatura delle stoppie;
- verosimile ma da verificare anche un effetto sulla incidenza degli insetti dannosi.
Dunque se noi facessimo un bilancio globale della pratica della bruciatura delle stoppie, nella quale sostanzialmente si ha soltanto una dispersione nell'atmosfera di sostanza organica di qualità estremamente scadente (sotto forma di Co2) e di azoto (in quantità molto modeste circa 4-5 Kg/ha), contro la pratica dell'interramento che richiede lavorazioni suppletive e profonde del suolo, somministrazione di azoto (nei testi di agronomia si riportano 2 q.li di urea/ha) per modificare il rapporto C/N delle stoppie e consentirgli di trasformarsi in sostanza organica utile, trattamenti diserbanti suppletivi e sovradosati, trattamenti fungicidi altrimenti evitabili, ci renderemmo facilmente conto che i veri inquinatori non sono gli agricoltori, che almeno in Sicilia, continuano testardamente a bruciare le loro stoppie, ma i legislatori che impediscono di mettere in pratica le tecniche agronomiche più redditizie, semplici ed ecologicamente sostenibili.
In più, in Sicilia,  dove si continuano appunto a bruciare le stoppie, in ossequio al vecchio detto siculo "terreno abbruscato, menzu lavoratu",  gli agricoltori per la paura di essere colti sul fatto mentre appiccano il fuoco nei propri terreni, si limitano ad accenderlo ed a fuggire, determinando così incendi pericolosi ed incontrollati che inevitabilmente vanno a colpire proprietà e beni di terzi.
Non per fare il nostalgico, ma in passato ed almeno nella mia zona, quando arrivava il tempo della bruciatura gli agricoltori si riunivano e cooperativamente procedevano alla bruciatura controllata di porzioni di territori agricoli comuni, senza arrecare alcun danno a cose o persone.
Quando il buon senso, fa più e meglio di leggi stupide...
Bene, ma se qualcuno vi dovesse dire che le suddette osservazioni, sono superficiali affermazioni prive di alcun riscontro scientifico ufficiale, suggeritegli di andare a studiare meglio su uno dei testi di agronomia più diffusi al Mondo (ed il mio preferito, naturalmente). Si Chiama Crop Ecology ed è appena uscita la seconda edizione. Uno degli autori è il professor Connor, un luminare australiano che insegna e fa ricerca in Spagna. Nel capitolo che riguarda la gestione delle stoppie è citata la pratica della bruciatura delle stoppie eseguita nel Sud Italia. Ebbene per una serie di ragioni che lui stesso spiega (e che tutti gli agronomi non padani dovrebbero  consultare), egli trova la suddetta pratica pienamente giustificabile ed ecologicamente virtuosa!









2 commenti:

  1. Un lettore mi segnala che in regime biologico la bruciatura delle stoppie è vietatissima sempre. Ma?!

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  2. chiedo scusa per la mia onnipresenza,per le mie conoscienze bruciare le stoppie e la paglia e salutare per la terra,potrei testimoniarlo e documentarlo addirittura con delle foto esemp. su di un appezzamento di circa 2 ettari per oltre 30 anni abbiamo sempre bruciato la palia dopo la trebbiatura,essendo stato trebbiato sempre allo stesso verso ancora oggi che sono anni che non bruciamo piu ,perche dotati di trincipaglia,a primavera lungo i calloni che bruciavammo il grano si presenta piu scuro a testimoniare che la cenere e un fertilizzante,tuttavia durante quelle pratiche sembrava la rievocazione di cataclismi bibblici,un freno andava posto,bastava regolamentare i periodi e porzioni di superfici aziendali,ma i nostri rappresentanti totalmente incapaci e deficenti non sono stati capaci di avanzare uno straccio di proposta in merito.D altronte non potevamo ridurci nelle condizioni in cui siamo da soli,

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