giovedì 26 settembre 2013

La ricetta della CIA per evitare le importazioni di Duro

In questi giorni, carghi battenti bandiere di mezzo mondo stanno trasportando ingenti quantità di grano duro presso i porti della penisola. Ed è un florilegio di dichiarazioni allarmate da parte dei nostri sindacalisti agricoli. Tra le tante dichiarazioni, vi segnalo quelle della CIA. Loro avrebbero trovato la soluzione al problema!


Da un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno del 22/09/2013 dal titolo "Aumenta grano estero «Coltivatori lucani ridotti sul lastrico»", Antonio Nisi, responsabile del settore cerealicolo CIA:

LAVELLO - «L’arrivo pressochè giornaliero al porto di Bari di grano di origine estera (Ucraina, Kazakhistan, Australia, Canada) sta strozzando i produttori cerealicoli lucani». E’ l ‘allarme lanciato dal Gie (Gruppo Interesse Economico) cerealicolo aderente alla Cia...
....«Ma – evidenzia Nisi – malgrado i segnali di ripresa dello scorso anno, l’Italia ha prodotto il 6,5% in meno. Si tratta di una diminuzione di circa 250mila ettari. Occorre dunque arrestare il declino della produzione di grano duro italiano, se vogliamo garantire prospettive produttive e di reddito al sud Italia e soprattutto tutelare il “made in Italy” della pasta, dato che oggi l’industria è arrivata ad approvvigionarsi all’estero per il 50% del proprio fabbisogno ed è necessario salvaguardare l’utilizzo delle sementi certificate, strumento insostituibile per incrementare la produttività e il miglioramento qualitativo».
Fonte 

Dunque secondo Nisi, responsabile nazionale del Gie-Cia cerealicolo, per limitare le importazioni di grano duro dall'estero va salvaguardato l'uso delle sementi certificate, in quanto strumento insostituibile per incrementare la produttività e il miglioramento qualitativo».
Tesi condivisibile?
Credo proprio di no, alla luce della recente esperienza, maturata nel biennio di liberalizzazione 2011-2012. Alcune mie spicciole considerazioni, tenendo presente che per le raccolte 2011 e 2012, non vigeva alcun obbligo di utilizzo di sementi certificate di grano duro, mentre nelle annate precedenti e nella attuale 2013 invece si.

1) In Italia nel 2011 e 2012 vi sono state due buone raccolte di grano duro sotto il profilo quantitativo e qualitativo (la 2012 superlativa). 
Mentre la raccolta 2013 nella quale abbiamo utilizzato semente certificata ha invece registrato una decurtazione delle produzione italiana secondo l'Istat del 11% (- 400.000 tonnellate), rispetto al 2012.
L'uso del certificato non avrebbe dunque apparentemente determinato alcun beneficio produttivo a livello nazionale, soprattutto a causa della mancata semina di 220.000 ha di grano duro, probabilmente determinate delle maggiori spese dovute anche al cartellinato.

2) Le importazioni di grano duro nel 2012 (già in calo nel 2011), erano crollate a livelli minimi (a circa il 20% del complessivo di grano duro usato per la pasta). Già in questi primi mesi del post raccolta del 2013, invece, siamo invasi da prodotto estero (vedi qui). Eppure la nostra produzione 2013 è certificata, al contrario di quella straniera!!

3) I prezzi del grano duro durante il biennio 2011-2013 sino all'attuale raccolto, sono stati costantemente i prezzi migliori mai registrati in Italia nell'ultimo ventennio (tranne l'exploit del 2007-2008).
Il raccolto 2013 pur proveniente da sementi certificate, tracciate, italiane, di qualità e con il bacio in fronte, ha invece subito un repentino calo delle quotazioni già alla raccolta, mentre oggi addirittura siamo al quasi crollo.
Dunque nessuno sembra apprezzare sul mercato il fatto che il nostro prodotto derivi dalle sementi certificate.
Inoltre a più riprese alcuni importanti agro-industriali italiani hanno dichiarato che a loro non interessa né la tracciabilità né l'origine delle produzioni (vedi Pasta Italiana, con granella rigorosamente ed orgogliosamente importata...blitz della Forestale!).

4) Le filiere di pasta certificata italiana che prevedono anche l'uso di seme certificato oltre che disciplinari di produzione, ad oggi, sono miseramente fallite. L'operazione di Coldiretti e Coop che potete rileggere qui, non avrebbe sfondato, tanto che il pastificio in oggetto è finito in Cassa Integrazione. I consumatori non sono disposti a pagare per lo stesso prodotto, un sovraprezzo non indifferente, legato ai costi di certificazione della filiera. 

Con tutta evidenza, dunque, l'uso obbligatorio della semente certificata ci danneggia, perché aumenta i nostri costi colturali (rispetto alla concorrenza) senza avere in cambio alcun beneficio (salvo che non moltiplichiate seme)...saranno 50 €/ha di costo supplementare in più, d'accordo, ma vi consentiranno di acquistare almeno un quintale di concime azotato in più, che vi assicuro qualche soddisfazione concreta ve la da.

Tornando alla CIA, ma non solo a lei, dunque, mi chiedo: perché questo interesse morboso ed inopportuno verso il seme certificato, in un momento di crisi nera? Saranno mica gli iscritti CIA, tutti a moltiplicare seme per le ditte sementiere?
Sembrerebbe invece che alcuni sindacati, attraverso un gioco di scatole cinesi e/o nomine politiche in Enti para-pubblici, controllino più o meno direttamente alcuni importanti sementifici italiani o quantomeno le Royalty di alcune varietà. Come diceva un saggio, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

9 commenti:

  1. Skandiski
    Azzeccato!

    RispondiElimina
  2. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ragione hai, correggo...
      l'Italia è un Paese guidato da incompetenti e magnaccioni...probabilmente questa è la vera causa del nostro declino.

      Elimina
    2. un intervento di Nisi o della CIA per dimostrarci che hanno pieno contezza del loro operato è naturalmente il Benvenuto. Potrebbe anche darsi che siamo noi produttori che non cogliamo i superiori benefici della loro strategia e/o non siamo capaci di apprezzare il menù che ci propinano.

      Elimina
    3. Skandiski
      http://www.youtube.com/watch?v=qBrsP1XnGSQ

      Elimina
    4. Skandiski
      si erano perse le tue tracce...mi fa piacere risentirti.

      Ma io sono veramente curioso di conoscere le ragioni che portano una organizzazione di produttori ad insistere sull'obbligo del seme certificato.
      Sementieri, costitutori, commercianti, impiegati dell'Ense e del CRA ci campano, e capisco che possano perorare la loro causa, per quanto scorrettamente...ma un rappresentante dei produttori come può schierarsi apertamente con il fronte opposto?
      Scrivete alla CIA, protestate, se non vi ascoltano, cambiate sindacato. Vedrete che un pò di strizza gli viene.

      Elimina
    5. Skandiski
      Grazie granoduro.Le tracce non erano perse...erano dietro di Te...ti seguivo tomo tomo.
      La questione è: i produttori sono come una mandria di pecore...non alzana mai la testa perchè pensano solo a brucare, d'altronde è il loro mestiere. Il pastore (sindacalista) prima le rispettava perchè più le trattava bene e più producevano, ora che ci sono i titoli pac al pastore delle pecore non gli frega più niente. Il vecchio è buon pastore non c'è più ma c'è il figlio che è avido non fa più il pastore, fa il manager, nn si sporca più le mani, si sente al di sopra di tutti e di tutto....più pecore rappresenta e più potere ha, tanto da diventare anche parlamentare. Pensiero fisso è sistemari tutti i propri membri (membri..proprio come teste di c...o). Non gli frega più niente se gli muore una pecora tanto c'è ne sono altre, non si ribellano mai, al massimo belano se hanno sete o fame. Fino a quanto quelle pecore non si autogestiranno per coto proprio non ci sarà soluzione.
      Questo non accade solo ai produttori (pecore) ma agli operai, agli insegnanti ecc. Alzate la testa, perchè loro vi contano, dicono che vi rappresentano ma non fanno i Vostri interessi...ma i loro. Il potere è rappresentato dal numeri degli iscritti...il sindacato deve tornare nelle mani del produttore, dell'operaio dell'insegnte ecc. Fateci caso...la burocrazia aumente = più potere a chi dirige il sindacato. Basta è ora di finirla, protestate, non pagate la mazzette legalizzaea...hanno rovinato l'italia, alimentano la burocrazia, vi dividono a posta per non farvi contare nulla. Un esempio: la maggioranza dei produttori non vuole l'obbligo del cartellino. Perchè chi li rappresenta non batte i pugni sul tavolo?
      L'imposta ipotecaria agevolata per i coltivatori diretti verrà tolta, i rappresentanti dei coltivatori dove stanno? che fanno? a chi rappresentano? Loro stessi che coltivatori non lo sono.
      Una volta ho chiesto a un dirigente di una importante organizzazione di produttori di unirsi alle alre organizzazione, fare una confederazione, creare cioè un'unica rappresentanza dei produttori in modo da contare nella vita politica, più di confindustria o almeno allo stesso modo, rispostà: noi siamo più numerosi, sono gli altri che si devono accodare a noi! Traete Voi le conclusioni.

      Elimina
  3. "Ma io sono veramente curioso di conoscere le ragioni che portano una organizzazione di produttori ad insistere sull'obbligo del seme certificato"

    Una ragione potrebbe essere la carenza, se non l'assenza di veri produttori agricoli nelle organizzazioni dei produttori.e come succede spesso in natura e in politica ,il vuoto viene colmato da infestanti e parassiti

    RispondiElimina
  4. Questi porci,sono corresponsabili,del crollo dei listini italiani-
    Quando i trasformatori italiani hanno letto il dato- -400.000 ettari di duro seminati in meno(meno 1,5 ml di T ),cosa pensate che abbiano fatto? si sono ritirati in convento a pregare la madonna ?no-hanno preso il telefono e chiamato i loro
    conferitori esteri dicendo che ai soliti 2ML di T che gia importavano bisognava aggiungere quegli altri 1.5ML di T,che gli italiani non avrebbero prodotto-
    Perchè tutti quegli ettari seminati in meno?semplice,in certi areali si è obbligati a coltivare cerali,e siccome gli esiti produttivi sono sempre incerti,per non sforare con le spese, si è optato magari per orzo o tenero e continuare a percepire l'art 68-anzichè spendere soldi per il cartellinato o meglio riseminare seme aziendale e perdere una cifra di circa 180E su una rotazione biennale-cifra al momento garantita ,e con questi chiari di luna fanno comodo-
    E del tutto ovvio che ,se aumenta la dipendenza dal prodotto estero quello nazionale ne paga le spese,poichè servirsi all'estero non è sempre conveniente come sembra,allora si recupera svalutando il prodotto locale,poi se ci aggiungi che il Canada ha una super produzione,e il mercato del duro è un mercato di nicchia il cerchio si chiude e noi italiani cè lo siamo presi in SACCOCCIA-poi a completare la storia,abbiamo avuto anche una produzione scadente sotto il profilo qualitativo(cornuti,lo sapete che con i soldi del cartellinato ci avrei potuto fare il trattamento contro la fusariosi o acquistare 1,5qt di nitrato ammonio in più,elementi che avrebbero potuto far accrescere il contenuto proteico?)ecco,il gioco e fatto,- e adesso si scagliano contro gli speculatori-ma i nostri trasformatori con che cosa avrebbero dovuto fare pane pasta e derivati,con le pietre?se avessero avuto prodotto italiano a sufficenza ,non si sarebbero messi a stipulare contratti internazionali in dollari,con tutti i rischi derivanti dalle fluttazioni monetarie e il costo per movimentare tutta quella merce-inetti incapaci-

    RispondiElimina

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.