giovedì 27 settembre 2012

Panzer Division anche a tavola


Interessante l'articolo che vi propongo di seguito, uscito nell'edizione cartacea del Corriere della Sera del 24 Settembre a firma Dario Di Vico. La Germania si conferma un panzer anche nel settore food, ed aggredisce i mercati stranieri con crauti e wurstel senza lambiccarsi troppo con il mito delle eccellenze.

Purtroppo a leggere questo altro articolo l'export agroalimentare italiano sarebbe inferiore non solo a quello della Germania, ma anche a Francia, Spagna e Inghilterra. 
Per come avverto la situazione in Italia, mi sembra che i mercati esteri siano sempre più una terra promessa,  e non si parli altro che di produrre a Km 0 e consumare locale, ma io mi chiedo: perché accettare di entrare nel circo globale ed inevitabilmente concedere l'ingresso di prodotti esteri, se poi l'obiettivo era di consumare il prodotto sotto casa? 


Dal vino all'olio anche il Made in Italy classico resta dietro la
Germania       
  I tedeschi esportano più di noi persino nell'alimentare. Non bastano i  successi cinesi delle
vetture Volkswagen a procurarci rimorsi, anche nel  food abbiamo fatto meno di quanto
avremmo potuto e dovuto.  Potrà, infatti, sembrare incredibile che il Paese della pasta, del vino, 
del prosciutto crudo, del parmigiano, dell'olio d'oliva e di tante  altre specialità, sia largamente
dietro ai tedeschi nelle vendite  all'estero ma è la pura verità.
Berlino  vende oltrefrontiera il 27,5% della propria produzione e si tratta  soprattutto di latte e
derivati, carni, cioccolata, the e caffè. Noi  riusciamo ad esportare solo il 19% di quanto
produciamo e si tratta di  una quota inferiore a quella degli altri settori del made in Italy. 
Secondo il capo-economista di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice è  giunto il momento di
recuperare terreno e di darci un obiettivo  ambizioso: raggiungere la Germania almeno in
termini relativi  (percentuale di export su fatturato nazionale). In numeri vuol dire  programmare
un balzo in avanti delle nostre esportazioni di quasi 10  miliardi di euro (oggi siamo a quota 24,3
miliardi). In tempi di  disoccupazione galoppante la prima domanda è quasi scontata: a quanti 
posti di lavoro corrisponderebbe una così forte accelerazione del made  in Italy? E' difficile
prevederlo anche se secondo Filippo Ferrua,  presidente degli industriali di Federalimentare,
saremmo nell'ordine di  qualche migliaio di nuovi posti. Più ottimista la stima del Servizio  studi
e ricerche di Intesa Sanpaolo che al tema ha dedicato uno studio e  un affollato convegno.
Negli ultimi dieci anni l'avanzata dei  prodotti della tavola tedesca è stata lenta ma continua. Si
è giovata  sicuramente della crescita dei paesi limitrofi e più generale dell'Est  europeo e della
forza di una grande catena di distribuzione come la  Rewe. Nello stesso lasso di tempo il made
in Italy ha retto subendo però  nella classifica mondiale un piccolo arretramento. E' realistico, 
quindi, oggi porsi l'obiettivo di vendere all'estero 10 miliardi di euro  in più? Per Ferrua lo è e la
dimostrazione sta nel successo che  incontrano nel mondo i prodotti di italian sounding, marchi
che  foneticamente sono italiani ma quanto a marchi, materie prime e qualità  del processo
industriale sicuramente no. Sono i vari Parmesan inventati  in più Paesi e casi di assoluto
successo come la pasta francese Panzani.  Ebbene l'
italian sounding
ha un giro d'affari di 60 miliardi di  euro e di conseguenza la potenzialità di collocare vero made
in Italy  c'è tutta. Si tratta solo di darsi da fare.
Che cosa manca, però, al nostro food per accorciare le distanze con i tedeschi? Non certo la
qualità e  tantomeno la fantasia. Noi vendiamo meno latte e latticini di loro e  anche meno carne
ma abbiamo la pasta e il vino, i salumi, l'olio di  oliva. Dal punto di vista industriale
l'agro-alimentare italiano si  presenta eccessivamente frammentato, le Pmi sono la norma
mentre  mediamente le aziende tedesche sono più robuste. Proprio perché piccole  le nostre
aziende non riescono a imporre minimamente il loro brand  all'estero. E' vero che abbiamo
grandi marchi conosciuti ovunque, però  sono tutto sommato pochi quelli che però si possono
permettere di  investire in pubblicità all'estero. Pesa poi quello che viene chiamato  il
protezionismo sanitario, una forma di ostruzione all'importazione di  salumi, formaggi e persino
dolci, praticata da una serie di mercati  importanti come Usa, Brasile e India.
Ma se dovessimo individuare il  vero tallone d'Achille dell'alimentare italiano, lo svantaggio 
competitivo nei confronti di tedeschi e francesi sta nella mancanza di  grandi reti di distribuzione
nazionali. I cugini transalpini ad esempio  hanno sfondato in Cina grazie ai loro colossi del
carrello, Carrefour  fuori della Francia ha più di 16 mila punti vendita. Noi confidiamo 

moltissimo nel genio commerciale di Oscar Farinetti e della sua Eataly  ma è evidente che
stiamo parlando di dimensioni del tutto differenti. Il  food made in Italy proprio perché non
sostenuto da nessuna catena di  grande distribuzione (Esselunga e Coop Italia non hanno nei
loro  programmi sfondamenti oltrefrontiera) deve implorare un angolo nei  grandi supermercati o
finisce nella cosiddetta area etnica assieme a  prodotti che vengono da altri Paesi o continenti
in un pout-pourri che  mescola couscous, paella e prosciutto di Parma. Qualche grande azienda
 come Rana, Illy e ora Barilla ha realizzato o sta pensando di costruire  una rete di propri
ristoranti e bar: è una scelta giusta anche se si  tratta di investimenti costosi che si ripagano
solo nel tempo. Altri  come Beretta Salumi preferiscono aggirare il protezionismo sanitario 
andando a produrre in loco come è accaduto negli Usa e in Cina.
Spesso  a ridurre le potenzialità del made in Italy c'è anche la resistenza dei  produttori italiani a
mettere sul mercato prodotti veramente globali.  Il mondo vuole arance gialle e snobba le
buonissime arance siciliane  rosso sangue, i formaggi stagionati che da noi spopolano sono
poco  conosciuti nel mondo che invece predilige i molli. In Cina una cosa è  vendere alla ricca e
cosmopolita comunità degli espatriati di Shanghai,  altro è pensare di espugnare le roccaforti
del tofu, il formaggio  cinese. Se si vuole sfondare nelle metropoli occidentali bisogna 
rassegnarsi a produrre confezioni per single anche se la qualità del  parmigiano, ad esempio,
sicuramente ne soffre. Sono solo esempi ma fanno  dire agli esperti che «non dobbiamo
imporre il made in Italy ma saperci  adeguare». Tra i prodotti che, almeno sulla carta, hanno le
maggiori  chance di crescita sono l'olio di oliva, le conserve vegetali, il caffè e  i dolci. E i
mercati sui quali gli esperti invitano a insistere sono  Russia, Emirati Arabi e Corea dove non
esistono comunità italiane ed è  dunque terreno vergine.
Ma il sistema Italia avrà la forza e la determinazione per sostenere la provocazione di De
Felice?

4 commenti:

  1. Skandiski
    Azz! ke rimbalzo i future del grano....qualcuno sa il motivo?

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    1. Mi sono informato: pubblicazione scorte USDA. Anche il Matif è in rialzo.

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    2. oh, ma non ci si può distrarre un attimo...
      più tardi o al massimo domattina pubblico un post.

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  2. Skandiski
    ed io lo leggerò....

    RispondiElimina

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